Un tamburo prova il coraggio aspromontano
- Rocco Zagami
Waterloo era lontana e l’esercito del nano di Ajaccio marciava giocoso sull’Aspromonte, manco fosse intento in una gita fuoriporta. I volteggiatori francesi puntavano il cielo con cinquemila lance, l’avanguardia ristorava allo Zefiro le bandiere, e i tamburini percuotevano con gioia le grancasse. Andavano a suonare una masnada di pastori, questo gli avevano detto i superiori. Occultando che quelli da stanare erano i reduci dei ventimila soldati di Ruffo, che già i francesi li avevano suonati perbene nel 1799, a Napoli, infliggendo la prima sconfitta ai prodi di Napoleone. Caprai, vero, ma che maneggiavano la spada con la stessa destrezza con cui strizzavano le mammelle delle loro bestie. I francesi superarono Casalinuovo, con l’idea di lasciarselo per dolce, dopo il pasto veloce che avrebbero fatto ad Africo. Attraversarono l’Aposcipo, ignorandone il significato, e che separasse le Aquile dai Lupi. Presero la salita di petto e varcarono la porta d’accesso sotto un grande arco di pietra. Entrarono nelle case e iniziarono a massacrare la gente, incuranti di avere a che fare solo con vecchi, donne e bambini. Appiccarono il fuoco, e dalle fiamme saltarono fuori i lupi. Il pasto divenne un boccone indigesto. Le fiere sbranarono i soldati e ai francesi superstiti non rimase scelta, la fuga.
L’Aposcipo lo riattraversarono senza allegria, coi cuori gonfi di paura. Corsero su, e Casalinuovo, il dolce che si erano lasciati per il dopo nemmeno lo guardarono, scossi com’erano dai diavoli che gli stavano dietro. E le aquile erano già in alto, ad attendere le prede, appollaiate nei nidi, sulla cresta della falesia di Furchi. I lapin, nemmeno lo udirono il rombo di tuono dei massi di granito, che rotolarono giù dal dirupo. Morirono senza accorgersene. Tutto era andato troppo veloce, e quello che era accaduto non poteva essere vero. Anzi non era mai successo, un’invincibile armata distrutta da un branco di pastori. Una mirabile impresa, rimossa da subito. Quell’alba livida dell’8 febbraio 1807 non aveva mai rischiarato quei monti, e le cime dell’Aspromonte avrebbero conservato per sempre il segreto, nessuno avrebbe mai saputo, che quei pastori incolti nemmeno scrivere sapevano, e avrebbero potuto soltanto parlarne. Chiacchiere, si sarebbe potuto dire, e sorriderne. Ma fra le aquile, qualcuno ci pensò, a tenersi una prova. Una sola, un tamburo scampato alla frana. Allora, in Aspromonte, c’erano uomini veri, senza bisogno di giuramenti finti. Alle pantofole si preferivano le bombe, quando si era minacciati. E fra le aquile, qualcuno ancora lo conserva: un tamburo, la prova del coraggio del popolo aspromontano.